Frammenti di vita #24

Blackberry

Intanto…

uno stand blackberry a Milano…

Frammenti di vita #23

Inizierà mai questa estate?

Frammenti di vita #22

” Ho voglia di te…

…nnent’s “

 

Tennet's

Seicentoventi (XIII)

Ducati monster bilancino blog
Tensione…
Agitazione…
Ansia…

Il prossimo ero io. Carezzavo il manubrio della Ducati come per dire:
“io ci metto del mio… ma tu non mi deludere”.
Sapevo cosa fare. Conoscevo il percorso a memoria. Mi ero preparato meglio di qualsiasi scuola guida. Non potevo fallire. Volevo quella patente A.

Un cenno con la mano nella mia direzione mi fece capire che era giunto il mio momento.
L’istruttore mi fece avvicinare e m’indicò il punto da dove iniziare. Avevo mille domande per la testa, ma quello non era il momento per farle.
Accelerai fino alla line di partenza. Tra due birilli.
Mi fermai.
–       Vai, su! – m’intimò.

Via.
Il mio esame era iniziato!
L’agitazione e l’ansia erano scomparse. M’importava solo di completare gli esercizi. Dovevo dare il meglio di me e soprattutto non dovevo far cadere quei dannati birilli.
Stranamente non sentivo più freddo. L’adrenalina mi scaldava per bene.

Frizione…
Prima…
Freno…
e ancora frizione…

Fare lo slalom era tutto un gioco di polsi e bacino.
La moto sembrava comportarsi bene. Era scaldata a dovere dopo la lunga corsa in tangenziale.
Al termine dello slalom c’era la curva attorno a un birillo. Lì giocavano le gomme e per fortuna io avevo delle fantastiche Pirelli diablo rosso II.
Poi il passaggio stretto tra due lunghe file di birilli. Avevo paura di beccarne uno con i piedi che facevo sporgere sempre dalle pedaline.
Filò tutto liscio ed entrai nel penultimo esercizio: evitare l’ostacolo.
Quattro birilli formavano un quadrato ed io dovevo andargli contro e scansarlo all’ultimo momento.
Quello fu un gioco che lasciai all’acceleratore. Chiesi al mio polso, ormai distrutto, un ultimo sforzo.
E riuscii brillantemente.
Arrivai alla fine. Una linea d’arresto che per me era un traguardo.

Guardai l’istruttore. Mi fece un segno con la mano e poi col capo.
Era andato tutto bene per lui e segnò tutto sul suo blocco note.
Tornai da Francesca e Gianni.
Mi sorrisero… ce l’avevo fatta…

O quasi! Mancava ancora la prova in strada!
Ma non v’annoierò con inutili dettagli.
Filò liscia anche lei. Certo che andar in moto con qualcuno che t’osserva ti mette molta ansia addosso. Ma riuscii a mantenere la calma e, soprattutto, ad andar piano.

Dopo qualche ora d’attesa sentii annunciare il mio nome.
–       Ciro …. -
–       Si sono io! -
–       Vieni! -
Mi avvicinai titubante. Riconobbi la mia patente dalla mia foto. Era appoggiata sul tavolo.
–       Firma qui… -
Tremolante obbedii.
–       Questa è tua! -
–       Grazie! -

Lì potevo finalmente dire di avercela fatta. Merito mio e anche degli esaminatori che hanno avuto un gran bel coraggio a patentarmi.

Io, una patente, non me la sarei mai meritata…
Patente
Alla prossima!

 

Fine!

Seicentoventi (XII)

Ducati monster specchietto barracuda blog

 

 

“Giuro che li ammazzo!”
Pensavo a denti stretti mentre guardavo la faccia di Gianni e Francesca in lontananza.
Gli andai incontro pestando ogni passo con mirata precisione. Sembravano impauriti dalla mia imminente reazione. Mi conoscevano bene e sapevano che non l’avrei lasciata correre così facilmente.

-       Ciro noi… tu… – balbettò la mia ragazza.
–       Io vi ammazzo! – dissi puntando il dito contro Gianni.
–       Che vuoi da me!? Cosa ho fatto?! – rispose.
–       Correvi come un dannato! -
–       Pensavo che in moto mi saresti stato dietro! -
–       Pensavi?! Pensavi?!?! Vabbè! Ci rinuncio! Perdo solo tempo! – risposi.
–       Sì, dai che devi fare l’esame… – sdrammatizzò Francesca.
–       La questione è solo rimandata! Vi ammazzerò quando sarò riuscito a togliermi questo maledetto giubbotto troppo stretto! – dissi allontanandomi da loro.

Tornai alla moto. Vederla parcheggiata in lontananza, mi distraeva dalla piccola sfuriata. Sospirai pensando a tutto quello che avevo appena passato. Appoggiai le mani sul serbatoio carezzandolo. Era caldo. Caldo come il corpo vellutato di una bestiola sdraiata al suolo. Aveva corso parecchio in quella gelida mattinata di gennaio.
Salii in groppa. Tirai lo starter e girai la chiave.  La moto dopo qualche sbuffo partì.
Avanzai verso l’entrata del parcheggio della motorizzazione. Vidi altre moto e altri motociclisti gironzolare per quel lungo spazio d’asfalto recintato.
Osservai meglio. Per terra erano disegnati un mucchio di pallini rossi, bianchi e gialli.
“Sarà il percorso dell’esame?”
Avanzai di lato, lentamente, in prima. Osservai quei pallini con attenzione. Intanto un ragazzo in moto, incitato da un bipede tarchiato, si esercitava poco distante da me.
–       Gira! Forza! Accelera! – urlava l’uomo al ragazzo che, tremolante, eseguiva i suoi ordini.
Quell’uomo doveva appartenere a qualche scuola guida. E quel ragazzo aveva pagato chissà quanti soldi per farsi urlare dietro cosa fare.
La mia scuola guida invece è stata la strada e le urla sono stati i clacson degli altri.
“Se solo sapessero come ho fatto ad arrivare fin qui…”

Lì per terra c’è lo slalom… lì l’ostacolo da evitare e lì la curva.
“Non c’è l’otto?!”
Non lo trovavo. Volevo farlo dopo i tentativi e le mille bestemmie che ho tirato in prova, giorni prima.
Girai la moto e andai all’inizio del percorso.
Un tizio con una di quelle Harley giganti con valigie laterali stava ultimando l’esercizio.
“Se ce la fa lui a non far cadere i birilli, io ho moltissime speranze con la mia piccola Seicentoventi.”

Partii. Francesca e Gianni mi guardavano da lontano. Feci lo slalom senza troppi problemi. Evitai l’ostacolo in velocità. Girai intorno a un pallino per fare la curva e poi avanzai diritto per il passaggio stretto. Frenai e misi il piede a terra.
“Non male.”
Ma quelli erano solo pallini disegnati sull’asfalto.

Improvvisamente un cancello s’aprì e moto e macchine iniziarono a entrare nella motorizzazione.

“Bene… vediamo come ce la caviamo con i birilli!”

Continua… Parte (XIII)

Seicentoventi (XI)

Ducati monster 620 lato SX

 

L’adrenalina accumulata si mescolava al sangue.
Era l’unica cosa che riusciva a scaldarmi.
Il cuore batteva ancora, compresso in uno stretto giubbotto di pelle.
Le mani, incollate al manubrio, erano pronte a scattare all’occorrenza. Nonostante il freddo che penetrava il tessuto dei guanti e ghiacciava tendini e muscoli.
I piedi non li sentivo più. Quelle scarpe erano comode per giocare tra cambio e freno ma troppo estive per l’inverno. Ogni volta che cambiavo marcia, sentivo qualcosa scricchiolare dentro di me. Quelle ossa, ormai gelide, sembravano di cristallo.
“Non manca molto… resisti”

Il cielo sopra di me non era d’aiuto. Le nuvole coprivano la quasi totalità della volta celeste lasciando il sole al di là di queste.
Così, in quella strana penombra mattutina, fatta di macchine e persone, d’asfalto e gelo, m’addentravo nel cuore di quella città. La mia città.
Mi sentivo stranamente solo in quel traffico. Nessun’altra moto era nei paraggi. Solo io e la mia seicentoventi. Tutte le altre erano sicuramente nel loro letargo invernale e i padroni, in quelle macchine lì, a percorrere gli stessi chilometri per andare a lavoro.

“Ci siamo quasi…”

Vidi il cartello con il nome dell’uscita sopra di me.
“Uscita 2… vai…”

La visiera era semi appannata. Sporca e lercia d’insetti. Il casco nero, ormai, aveva preso i segni del tempo. Stava diventando vissuto.
Il palazzo della motorizzazione era vicino al capolinea della metro. Seguivo quelle indicazioni per arrivarci. Non potevo sbagliare.
E difatti, eccola lì.

MOTORIZZAZIONE CIVILE DI MILANO

“Sì!”
Mi fermai davanti al cancello.
Spensi il motore girando la chiave verso sinistra.
Lentamente portai le mani tremolanti al casco e cercai di toglierlo.
Sembrò una liberazione, dopo quasi 40 chilometri al freddo.
Guardai l’orologio
8:50

“Ce l’ho fatta… grazie Dio.”

Ma non era finita. Il bello doveva ancora arrivare.

- Ciro! Siamo qui! -

Continua… Parte (XII)

Seicentoventi (X)

Ducati monster 620 stemma

Vento…
Freddo…
Gelo…
Un bel cocktail metereologico d’inizio Gennaio che mi stava rendendo la vita impossibile. Non era di certo il tempo giusto per star lì, in autostrada a correre come un matto, in moto.
Ero solo e stavo lentamente congelavo sotto il pesante giubbotto in pelle.
“Menomale che non nevica! Sarebbe stato il colmo!”

Rallentai. Poco prima avevo visto l’insegna di un autogrill. Solo lì avrei potuto chiedere aiuto.
“Speriamo che funzioni..”
Piano piano uscii dall’autostrada ed entrai nello spazio antistante alla zona di servizio. Parcheggiai proprio di fronte al bar, in uno dei posti riservati alle auto.
Spensi il motore.
Respirai. Correvo da una ventina di chilometri e il freddo aveva fatto il suo porco dovere nel congelarmi mani e piedi.
Tremavo. Non sapevo se era per l’adrenalina accumulata o per il freddo. Tolsi i guanti e osservai le mani. Avevano assunto un pallore violaceo. Non le avrei quasi riconosciute se non fossero state attaccate alle mie stesse braccia. Mi tolsi il casco e cercai di scendere. I miei piedi scricchiolarono, quasi a volersi rompere come cubetti di ghiaccio sotto il mio peso.
“Devo muovermi… non ho tempo per riprendermi”
Osservai una cabina telefonica poco distante.
“Per fortuna che i numeri di quei due li conosco a memoria…”
Istintivamente mi portai la mano alla tasca in cerca del portafoglio. Tastai e, ovviamente, non trovai nulla.
“Cazzo è vero..”
Il portafoglio e il mio cellulare erano nella macchina di Gianni. Mi salì un senso di disperazione e isolamento. Pensa Ciro… pensa…
Mi guardai intorno. In giro c’erano pochissime macchine. In fondo alla pompa di benzina vidi:
“Una volante!”
Pessima idea Ciro. Un motociclista senza patente ne documenti di alcun tipo che chiede informazioni a dei poliziotti? Altro che motorizzazione! Sarei finito nella questura più vicina.
“Cazzo…”

Intanto, dietro di me, si parcheggiò una macchina. Dall’interno scese un uomo sulla quarantina. Subito mi fiondai da lui.
–       Mi scusi… sono disperato… – (beh… non era proprio il giusto approccio)
–       Dimmi… – rispose il signore, titubante.
–       Non ho il cellulare con me… e dovrei fare una chiamata d’emergenza… -
–       Sì, ma… io… sono di fretta… – (classiche scuse di chi vuole evitarti.)
–       La prego… è la prima volta che mi trovo in questa situazione… -
–       Va bene… ecco… non metterci tanto… -
Afferrai il suo cellulare. Era un vecchio Nokia N95. Erano secoli che non vedevo quel modello di cellulare. Digitai il numero di Francesca.
Occupato “Dannazione”
Ricomposi rapidamente il numero mentre il tipo mi fissava intensamente.
Bussava
- Sì chi è? -
–        Quello che ti ucciderà appena ti vede! – dissi.
–       Ciro! Oh grazie al cielo! Sei vivo! Mi stavo seriamente preoccupando! -
–       Certo che sono vivo! Devo prima compiere due omicidi poi posso anche morire! -
Il signore mi stava fissando ancor più intensamente e con un accenno di nervosismo.
–       Ascoltami! Sono in un’area di servizio. -
–       Ti veniamo a prendere? -
–       No! Me la cavo da solo! Voi arrivate alla motorizzazione… ci vediamo lì! -
click
 
Ridiedi il cellulare al signore e lo ringraziai vivamente. Lui riprese il cellulare ed entrò frettolosamente nel bar.
Ora restava da conoscere la strada da percorrere.
Sorrisi… perché un ricordo mi pervase la mente.

“  Quand’ero piccolo facevamo sempre lunghi viaggi d’estate per andare al mare. E ci fermavamo sempre nei soliti autogrill. Essendo un bambino molto curioso, ogni volta che entravamo nei bar e vedendo la grossa cartina dell’Italia appesa all’ingresso, chiedevo a mio padre d’indicarmi dove fossimo. Perchè per me, quelle strade sembravano tutte uguali. Mio padre un po’ spazientito mi diceva:
–       Ma come! Non riesci a capirlo? Vedi… siamo qui! –  “

Ma lì, in un punto imprecisato della tangenziale ovest di Milano, ero da solo.
“Dove sei! Dove sei!”
Mi avvicinai al bar alla ricerca della cartina. Perlustrai i muri dell’ingresso e tra i vari manifesti trovai la cartina dell’Italia e poi quella di Milano.
“Ottimo! Ora mi serve un cavolo di puntino rosso con ben scritto VOI SIETE QUI”
Non c’era.
Andai a naso e trovai il punto in cui ero.
“Sono inculo ai Lupi!”
Percorsi col dito tutta la tangenziale ovest fino a molino dorino.
“Uscita 2… ricordati Ciro! Uscita 2”

Corsi alla moto. Il tempo non mi era clemente. Dovevo percorrere un sacco di strada. Girai la chiave. Attesi che le spie si spegnessero.
Brummm…
“Anche col gelo non perdi un colpo… sei fantastica…”

Continua… Parte (XI)

Seicentoventi (IX)

Ducati monster 620 manubrio

 

Il battito stava accelerando. Il cuore scalpitava all’idea di una pazzia che da tempo non provavo. Emozioni… qualcosa che smuovesse la mia noiosissima normalità milanese. La mia adolescenza l’avevo passata tra corse in macchina e ubriacate al limite. Ed ero arrivato lì. Nella caotica e tranquilla Milano che cercava di responsabilizzarmi con le sue regole imposte. Stringevo saldamente il manubrio della moto. Chi l’avesse mai detto che sarei riuscito a comprarla? Potevo spuntare uno dei miei sogni dalla lista.

Il motore scoppiettava nella fredda mattinata di Gennaio. Le marmitte inondavano di fumo e vapore l’asfalto della tangenziale. Il faro proiettava una debole luce, contrastata dal sole che sorgeva a est.
Respiravo profondamente all’interno del casco. La mano sinistra stringeva saldamente la frizione e la destra tremolava nell’attesa del momento giusto di dare una poderosa accelerata.
“Pronto? Ora!”
Lasciai lentamente la frizione e tentai di accelerare ma mi bloccai all’istante.
“Cazzo”
Una pattuglia della polizia stava passando proprio in quel momento. Riportai il manubrio in direzione di marcia per non far capire ciò volessi fare: inversione in tangenziale. Feci finta di controllare qualcosa alla moto per far credere che mi fossi fermato per un problema casuale.
La pattuglia passò normalmente. L’osservai di sottecchi attraverso la visiera del casco.
Appena fu lontana, riportai la moto in posizione.
Le macchine continuavano a scorrere ignare di ciò che stava per accadere.
“Devo farcela”
Strinsi il manubrio. Piantai saldamente i piedi sulle pedaline. Mi accucciai sul serbatoio.
“Ora!”
Accelerai e lasciai la piazzola. Andai controsenso. Contro i fari delle macchine. Le evitavo restando sulla destra. Iniziarono fin da subito a suonarmi contro, impauriti.
Altri mi lampeggiavano furiosamente mentre pregavo che non passasse un’altra volante.
Prima, Seconda… terza.
Cercavo di non correre troppo. Con il corpo inclinavo la moto per evitare le macchine. Abbassai il faro per non accecare nessuno.
C’ero quasi. Riuscivo a vedere lo svincolo.
“Un camion!”
PEEEEEEEEEEE
Girai a destra per evitarlo e mi appiattii il più possibile contro il guard rail.
“puff”
Avanzai. Lentamente. La protezione metallica era così vicina che potevo scrutarne i dettagli. Mi conteneva e distraeva allo stesso tempo. Cercavo di non guardare le macchine impazzite che mi suonavano contro.
“Ci sono quasi… Eccolo!”
Dopo pochi metri svoltai nello svincolo e fui salvo. Finalmente sulla corretta via. Accelerai di colpo. Ora volevo la velocità. Volevo scomparire il più presto possibile dal quel luogo.
“Grazie Dio… te ne devo un’altra… tu segna!”

Ero finalmente sulla tangenziale ovest. Cercai di ricordare la via. Ma tutto era vago. L’adrenalina mi aveva annebbiato i ricordi. Avanzavo per inierzia.
Dove cavolo erano finiti Gianni e Francesca? Dove cavolo stavo andando?”
 
8.20
Il mio esame si avvicinava e non sapevo ancora come uscire da quell’incubo.
Sulla destra vidi un’insegna luminosa.
“Forse mi è venuta un’idea…”

Continua… Parte (X)

Seicentoventi (VIII)

Ducati monster 620 culo

 

Panico!
Peeeeeeee
Peeeeeeeeeeee
Il camionista si stava innervosendo ma non capiva che, così facendo, aumentava solo la mia tensione. Ero preso dal panico per la paura che un camion da 5 tonnellate potesse ridurmi a un tappeto di pelle e ferraglia. Insistetti col piede sul cambio per scalare la marcia e recuperare la potenza necessaria a cacciarmi dai guai. Tirai la frizione e diedi una botta col piede sul cambio. Lasciai la frizione e accelerai. La moto però fece un inutile rombo che non mi spostò in avanti. Il motore era in folle.
“Cazzo non è entrata!”
Il cambio era bloccato.
Peeeeeeeeeee
Frizione, cambio…
Frizione, cambio…
“Entra porcaputtana!”
Il mio piede stava martoriando quel povero e delicato pedalino del cambio.
La moto rallentava sempre di più. Dovevo connettere il motore all’acceleratore.
Intanto il camion stava avanzando velocemente. Lo sentivo dietro le mie spalle. Sentivo lo stridere dei suoi freni e il possente motore che rallentava. Era la fine… Ero perfettamente al centro di un’autostrada con un camion alle spalle e le macchine che mi sfrecciavano ai lati.
“Dio, lo so che ho fatto una cazzata a comprarmi una moto… ma perché farmi morire proprio così? Fammi prendere prima la patente!”

Poi qualcosa accadde…
Frizione, cambio e la moto scattò in avanti. Il motore trasmise potenza alla catena e poi alla ruota posteriore. Accelerai di colpo.
“Via!”
Ripresi velocità e mi spostai subito sulla corsia più a destra. Il camion mi superò subito. Era molto vicino. Il camionista continuò a strombazzare per alcune centinaia di metri. Poi non lo vidi più.

Il peggio era passato. Feci un paio di respiri profondi e piano piano rallentai. Adocchiai sulla destra una piazzola d’emergenza.
Mi fermai…
“Cazzo! E ora che faccio!”
Avevo perso la mia macchina guida con a bordo Gianni e Francesca.
E… “i documenti e il mio fottutissimo cellulare!”
Non avevo niente. Eravamo solo io e la moto.
Guardai l’orologio.
8:10
L’esame era alle nove in punto.
Mi venne una risata isterica…
“Appena prendo quei due! Li uccido con le mie mani!”
Intanto le macchine continuavano a sfrecciare sulla tangenziale est di Milano. Guardavo la loro direzione. Non avevo la più pallida idea di dove cavolo andassero.
“Mi sono perso…”
Avevo progettato tutto.
“E, come al solito, tutto è andato a puttane.”
Pensa Ciro… pensa…”
Ci sarà una soluzione per arrivare dall’altra parte di Milano in tempo. Pensa
“Beh… L’ultima cosa che so è che quei due cretini hanno preso l’ultimo svicolo poco prima… Quello che io ho saltato… se riuscissi a prenderlo potrei arrivare sulla tangenziale ovest e lì… conosco la strada…”
 
“Se riuscissi a prenderlo…”

Voltai lo sguardo indietro, verso lo svincolo. Non lo vedevo. Era distante. Ma non di molto. L’unico problema era la massa informe di macchine che si dirigeva nel senso opposto.
Era una maledetta autostrada quella, ed io dovevo prendere quel maledetto svincolo, a tutti i costi.
Così…
Girai il manubrio e voltai il mio faro contro le macchine che transitavano ignare. In attesa del momento giusto.

“Beh… Se non sono morto prima…”

Continua… Parte (IX)

Seicentoventi (VII)

Ducati monster 620 moto blog

Mi sentivo come una sardina compressa in una scatola di latta. Indossavo un giubbotto da moto di qualche taglia più piccola della mia. Un mio caro amico motociclista mi aveva salvato il culo prestandomelo. Le ferree regole per l’esame imponevano un abbigliamento protettivo adatto ed io non avevo un bel niente.

-       Mi raccomando… – dissi guardando in faccia a Gianni e Francesca, poco prima che salissero sull’auto.
–       Si tranquillo, amore… ci penso io. -

Cercai di riporre quel poco di fiducia che possedevo in quei due. Ma avevo uno strano presentimento, come al solito.
Salii in sella alla moto e l’accesi. Mi piegai in avanti ma subito mi scivolò dalla tasca il cellulare. Quel giubbotto aveva delle tasche minuscole e non potevo rischiare di perderlo per strada.
Gianni e Francesca erano già in macchina. Il mio amico aspettava solo un cenno per partire.
–       Aspetta! Aspetta! – dissi avvicinandomi al finestrino di Francesca.
–       Che c’è? -
–       Prendi queste cose… non riesco a portarle! – dissi, consegnandole il portafogli e il cellulare.
Francesca, titubante, prese le mie cose e chiuse il vetro. Saltai in sella alla moto e feci un cenno a Gianni di partire.

Faceva strada davanti a me. Guardai per un attimo il cielo. Il sole quella mattina tardava a svegliarsi per smorzare il gelo invernale.
Dovevamo imboccare la tangenziale per arrivare dall’altra parte di Milano. Il giorno prima avevamo studiato la strada fino allo sfinimento.
“Spero che non sbaglino”

Quand’ecco presentarsi davanti a noi il bivio della tangenziale.
“Sinistra, svolta a sinistra!”
E invece, la bmw di Gianni svoltò a destra.
“Cazzo no!”
Volevo urlargli contro ma non potevo far niente a bordo della moto. Ormai il danno era fatto. Avevamo imboccato la tangenziale dal lato sbagliato e avremmo fatto molta più strada per arrivare a molino dorino. Oltretutto, quel percorso non lo conoscevo a memoria, quindi, avrei dovuto fidarmi ciecamente di lui e del suo navigatore.
E, quasi non contento delle sue cazzate, Gianni iniziò a spingere giù con l’acceleratore.
“Cazzo Gianni! Non sono in macchina! Non possiamo giocare!”
“Ho una cazzo di moto! E non ho neanche la patente!!”
Cercavo di stargli dietro alla meglio. Ma lui sembrava volesse seminarmi più che farmi da guida. “Dovevo dirgli di non correre!”
“Possibile che Francesca non se ne accorga!”
Gianni faceva lo slalom tra le macchine. Passava dalla corsia di sorpasso a quella per i veicoli lenti. A un certo accelerò e lo persi di vista.
“Dove sei! Maledetta BMW!”
Lo cercavo tra le macchine attorno a me. Il casco non mi dava una piena visuale. Il freddo mi stava congelando le mani, nonostante i guanti.
Ero nella corsia centrale a circa 100 all’ora. Continuavo diritto mentre cercavo il mio amico. A un certo punto però. Vidi una macchina grigia svoltare rapidamente a destra verso uno svincolo. Osservai meglio e vidi dal finestrino quella faccia da schiaffi di Gianni che non si era ancora accorto di niente.
“CAZZO!”
Lui aveva svoltato ed io avevo saltato quello svincolo. Ormai ero obbligato ad andare diritto verso chissà dove.
Rallentai pericolosamente la velocità pensando a cosa fare.
Ma m’ero dimenticato di essere nella corsia centrale.
Sentii un’ombra gigantesca dietro di me e un:
Peeeeeeeeeeeeeee
Un camion mastodontico mi stava arrivando addosso.
Mi voltai e sgranai gli occhi.
“Porcaputtana!!”

Continua… Parte VIII

Blog su WordPress.com.
The Esquire Theme.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 390 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: